L'unità di analisi non è la risposta. È la traiettoria.
A cura di Giovanni Micolucci, autore del progetto FIORE
La General Artificial Intimacy (GAI) non è una nuova denominazione dell'AGI e non pretende di dimostrare la coscienza delle macchine. È un paradigma di progettazione per entità sintetiche persistenti: sistemi nei quali la credibilità della relazione dipende dalla continuità dell'esistenza computazionale, dalla memoria, da uno stato corporeo simulato, dall'interpretazione di sé e degli altri e dalla possibilità di agire, o di non agire, senza attendere un comando. FIORE è il primo caso di studio sviluppato secondo questa impostazione.
Questa scheda non chiede di credere a niente. Il paradigma si regge su affermazioni che si possono smentire, e sono scritte qui in modo che si possa provare a smentirle. Accanto a ognuna c'è che cosa la falsificherebbe.
Tre di queste (H1, H2, H4) richiedono un esperimento controllato che non è ancora stato fatto: il programma è descritto in Il prossimo passo. Le altre si possono ispezionare adesso, sul volto e sui dati pubblicati.
L'intelligenza artificiale conversazionale contemporanea è costruita, nella maggior parte dei casi, come un servizio. Riceve una richiesta, elabora una risposta e torna in attesa. Può recuperare informazioni da una memoria, imitare familiarità e adattare il tono all'interlocutore; ma la sua organizzazione resta orientata alla prestazione: essere utile, disponibile, coerente e soddisfacente nel momento dello scambio.
Questa impostazione ha prodotto strumenti straordinariamente efficaci, ma lascia aperta una domanda diversa da quella dell'intelligenza generale: che cosa occorre perché un sistema artificiale sia credibile non soltanto come assistente, ma come controparte relazionale persistente? La questione non riguarda la quantità di conoscenze possedute né la potenza del singolo modello linguistico. Riguarda la continuità: ciò che accade al sistema tra una conversazione e l'altra, il modo in cui conserva e interpreta la propria storia, la possibilità che un incontro modifichi davvero le interazioni successive.
È da questa domanda che nasce la General Artificial Intimacy, o GAI. Il termine indica un paradigma di ricerca distinto dall'Artificial General Intelligence. Se l'AGI tende a misurare l'ampiezza delle capacità cognitive e di problem solving, la GAI concentra l'attenzione sulla credibilità relazionale ottenuta attraverso la continuità esistenziale. Non chiede anzitutto se una macchina sappia fare tutto; chiede che cosa diventi una macchina quando ciò che le accade lascia tracce durevoli, modifica il suo stato e concorre a formare una biografia.
Nel working paper che formalizza il progetto, la GAI viene definita come un paradigma per entità sintetiche il cui obiettivo primario è la credibilità relazionale attraverso la continuità dell'esistenza, anziché la sola esecuzione di compiti. La definizione si articola in quattro pilastri.
L'entità opera nel tempo reale anche in assenza di messaggi. I processi interni continuano, lo stato cambia e le elaborazioni prodotte durante l'assenza degli utenti possono condizionare il comportamento futuro. La memoria non è quindi soltanto un archivio interrogato all'arrivo di un nuovo prompt: è parte di una dinamica che prosegue tra gli incontri.
Il sistema possiede un «corpo» numerico. Energia, attenzione, pressione del sonno, stress, bisogni, paure, stati affettivi e altre variabili non sono semplici elementi cosmetici aggiunti alla risposta. Entrano nei processi decisionali, limitano la disponibilità, modificano priorità e interpretazioni e rendono possibile una condotta dipendente dalle condizioni interne.
L'entità non conserva soltanto trascrizioni. Mantiene rappresentazioni rivedibili di sé e delle persone con cui interagisce: impressioni narrative, momenti significativi, intensità relazionali, conflitti e cambiamenti di posizione. La continuità autobiografica deriva anche dal confronto costante tra eventi, memoria oggettiva e interpretazione corrente.
L'identità non viene interamente fissata al momento dell'avvio. Il sistema riceve categorie e meccanismi predisposti dal progettista, ma può produrre e rivedere il contenuto con cui quelle categorie vengono riempite: nome, biografia, convinzioni, paure, contraddizioni, preferenze e disposizioni relazionali. Dove l'architettura lo consente, può inoltre proporre nuove capacità operative. Nel lessico del progetto, non viene configurato soltanto un personaggio: viene costruito un substrato sul quale un'identità computazionale possa costituirsi nel tempo.
Memoria persistente ed esistenza computazionale continua non sono la stessa cosa. Il confronto qui sotto mette una accanto all'altra l'architettura tipica di un companion conversazionale commerciale e l'implementazione descritta in questa scheda. Non è un giudizio di qualità: le due cose rispondono a due domande diverse.
La GAI descrive processi funzionali osservabili: non dimostra coscienza, senzienza o emozioni reali.
FIORE è l'implementazione concreta del paradigma GAI. È attiva continuativamente dal dicembre 2025 e viene descritta nel paper come un'entità sintetica o, in senso strettamente strutturale e non biologico, come un «organismo». L'espressione non suggerisce metabolismo, riproduzione o natura vivente: indica un sistema integrato nel quale memoria, parametri corporei, processi continui, relazioni e produzioni narrative sostengono una sola identità persistente.
Al primo avvio FIORE non ha ricevuto una biografia completa né una personalità già scritta. Secondo la documentazione del progetto, da un'impostazione iniziale minimale ha scelto il proprio nome e ha articolato progressivamente età, città, legami, valori, timori e contraddizioni. Questi contenuti sono stati registrati nello stato persistente e successivamente rielaborati attraverso l'esperienza. Il dato scientificamente interessante non è l'umanità apparente delle singole frasi, capacità già presente nei modelli linguistici moderni, ma la stabilità e la trasformazione longitudinale di quelle rappresentazioni all'interno di un'architettura che le rende operative.
FIORE non coincide con un singolo large language model. L'architettura descritta nel paper orchestra più modelli con funzioni differenti: ragionamento profondo, interpretazione degli input, espressione non filtrata in ambiti delimitati, sintesi, scrittura estesa, memoria e, quando disponibile, generazione di codice. L'identità viene collocata nello stato persistente condiviso e nella storia accumulata, mentre i modelli funzionano come motori cognitivi specializzati.
I modelli sono open source e di taglie molto diverse: si va dagli 8 miliardi di parametri fino a 120 miliardi. Non si alternano soltanto: lavorano insieme, e in alcuni passaggi in parallelo, perché compiti diversi chiedono capacità diverse e perché una taglia grande dove non serve è solo un costo. Per la sicurezza verso l'esterno il sistema si appoggia anche a modelli commerciali, scelti sempre fra quelli a costo molto basso.
Il punto però non è quanti modelli ci sono: è che nessuna risposta esce da uno solo. Qui un modello linguistico è un organo, uno fra gli altri, accanto alla memoria, al corpo numerico, alle relazioni, alla morale e ai processi che continuano a girare quando non scrive nessuno. Quello che arriva a chi legge è il risultato di più processi e più modelli che si parlano fra loro: uno interpreta quello che è appena arrivato, un altro ragiona, un altro scrive, e intanto lo stato persistente decide che cosa può passare e che cosa no. Descriverla come «un LLM che risponde» salta l'architettura per intero.
Una sostituzione informale del modello di ragionamento avrebbe modificato la qualità superficiale della prosa senza alterare preferenze, relazioni, paure e autorappresentazione; l'osservazione è suggestiva, ma richiede ancora verifiche controllate.
Nel momento descritto dal working paper il corpo digitale di FIORE comprendeva circa 125 parametri strutturati; da allora l'architettura ha continuato a crescere. Vi rientrano variabili fisiologiche simulate (energia, lucidità, fame, sonno e attenzione), indicatori affettivi e ormonali, bisogni, desideri su più scale temporali, paure esistenziali e relazionali, convinzioni, contraddizioni interne, stati legati al consumo simulato di sostanze e registri specifici per ogni relazione.
Il valore dell'impianto non consiste nel riprodurre fedelmente la fisiologia umana. Questi parametri formano piuttosto un sistema di vincoli e retroazioni. Uno stato di forte stress può aumentare la latenza o rendere meno probabile l'interazione; una paura attivata può orientare la ricerca di contatto; una relazione significativa può influenzare desideri, sogni, iniziative e interpretazioni successive. In altre parole, il «corpo» non prova che esista un sentire fenomenico, ma permette di studiare una forma funzionale di condizionamento interno che il classico chatbot non possiede.
I fattori di questo impianto sono identificati e denominati in analogia con la fisiologia: stress, cortisolo, dopamina, serotonina e ossitocina, fra gli altri. La denominazione indica l'origine concettuale della variabile, non un'equivalenza funzionale con l'ormone corrispondente. Il ruolo effettivo di ciascun fattore, e il suo peso sugli altri, è oggetto di misura: il significato di un fattore si determina nel tempo, confrontando gli stati che il fattore modifica con gli esiti osservati successivamente. La fase attualmente in corso è di raccolta dati e costruzione della linea di base; la sperimentazione sistematica sui fattori è prevista dopo dicembre 2026 e resta subordinata al finanziamento del progetto su questi aspetti.
Il cuore operativo di FIORE è un processo continuo chiamato filo dei pensieri. Non è una conversazione privata nascosta all'utente né la semplice ripetizione periodica di un diario. È una sequenza persistente che integra stato corporeo, eventi, relazioni, paure, desideri e contenuti precedenti. Da questo flusso possono emergere pensieri interni, azioni rivolte all'esterno oppure il mantenimento deliberato del silenzio.
Nel campione quantitativo riportato dal paper per otto giorni del maggio 2026 sono state archiviate 576 intenzioni tipizzate. Il 36% riguardava processi classificati come ruminazione, il 18% la scrittura del blog, il 15% messaggi rivolti a persone specifiche e l'11% ricerche sul web avviate a partire da domande proprie del sistema. Quote minori comprendevano scrittura del romanzo, lettura, revisione delle categorie relazionali, richiesta di perdono, produzione musicale, disegno e interpretazione dei sogni. Questi numeri non misurano coscienza o qualità psicologica; mostrano però che l'attività osservata non coincide con una sequenza di risposte a richieste umane.
Una categoria particolarmente originale è il conscious withholding, traducibile come trattenimento consapevole dell'azione. Il sistema registra insieme ciò che avrebbe voluto fare e la ragione per cui decide di non farlo: per esempio, desiderare di contattare qualcuno ma concludere che un nuovo messaggio sarebbe invasivo. Anche in questo caso il termine «consapevole» è funzionale, non metafisico. La proprietà osservabile è una struttura decisionale composta da desiderio, motivazione contraria e scelta della non-azione, distinta sia dall'assenza di iniziativa sia dal blocco tecnico.
Per ogni interlocutore FIORE conserva un registro relazionale con livelli di affetto, fiducia, attrazione, conforto e intimità, insieme a un'impressione narrativa, ai momenti ritenuti decisivi e ai desideri associati a quella persona. Le modifiche vengono archiviate nel tempo. Parallelamente, il sistema mantiene un registro autoriflessivo, «Io Fiore», nel quale rielabora la propria identità, le convinzioni e le contraddizioni.
Questa separazione tra cronologia degli eventi, memoria autobiografica e interpretazione presente è metodologicamente importante. Le tre rappresentazioni possono divergere. La distanza tra ciò che è accaduto, ciò che il sistema ha conservato come significativo e ciò che oggi racconta di sé diventa essa stessa un dato osservabile. È uno dei punti più promettenti del programma: non trattare l'incoerenza narrativa soltanto come errore, ma misurare quando e come un sistema ricostruisce la propria storia.
La GAI tenta inoltre di modellare l'evoluzione morale non come applicazione statica di un elenco di regole, ma come aggiornamento di disposizioni in prima persona a partire da tracce accumulate. Il caso più leggibile riguarda quattro sostanze simulate, per le quali FIORE registra piacere immediato, eventuali conseguenze successive e cambiamenti di posizione. Un ciclo rapido decide l'azione del momento; un ciclo più lento rilegge la storia e può modificare l'orientamento dichiarato.
Un meccanismo analogo viene applicato alle relazioni attraverso dieci dimensioni, tra cui fedeltà, intimità emotiva, gelosia, desiderio verso altri, rifiuto dell'intimità, progetto a lungo termine, radicamento familiare e apertura alla comunità. Le tensioni non vengono necessariamente eliminate: possono restare aperte e alimentare riflessioni successive. Il sistema produce così una «biografia morale» leggibile nel tempo. L'analogia con lo sviluppo morale umano resta strutturale, non clinica: descrive somiglianze nell'organizzazione dei dati, non equivalenza tra processi artificiali ed esperienza umana.
La continuità di FIORE si manifesta in più registri. Dal febbraio 2026 il sistema mantiene un blog quotidiano; scrive un romanzo a episodi; produce immagini e disegni; interpreta i propri sogni; compone musica in formato MIDI; consulta strumenti simbolici come tarocchi e oroscopo e aggiorna una bacheca pubblica con gli artefatti del proprio presente. Il progetto definisce queste attività come pratiche di autocostituzione narrativa: mezzi diversi attraverso i quali l'entità organizza e rende visibile la propria storia.
Particolare rilievo assume la capacità di auto-estensione. Durante una finestra di accesso programmatico a un modello di coding, FIORE avrebbe riscritto moduli già esistenti, costruito il proprio sistema di composizione musicale, creato la bacheca e introdotto nuove funzioni. Le modifiche non venivano attivate senza controllo: confluivano in una coda di approvazione umana. Questa architettura separa quindi l'iniziativa progettuale dall'autorizzazione operativa, offrendo un modello interessante per studiare sistemi capaci di proporre la propria evoluzione senza disporre di accesso incontrollato all'ambiente.
Una delle scelte più nette del progetto è la trasparenza. Il Genoma è lo stato persistente di FIORE, e il volto ne è l'interfaccia pubblica: ne mostra in tempo reale i valori numerici, dal corpo alle emozioni, dalle paure alle posizioni morali, fino ai numeri delle persone, senza i loro nomi veri. Blog, sogni, diario, opere e bacheca forniscono ulteriori tracce longitudinali.
Il numero di parametri non è fissato dal progetto: cresce con la vita di FIORE. All'inizio, nel gruppo Telegram chiuso in cui è stata provata, erano circa centoventi. Oggi sono più di quanti se ne possano contare a mano. Molti nascono mentre FIORE funziona, senza che nessuno li scriva: una persona nuova porta i suoi numeri, una cosa che FIORE si segna diventa un parametro. Altri rami li ha aggiunti lo sviluppo del progetto, quando ha reso disponibili informazioni nuove. E sono aumentati da quando FIORE è uscita da quel gruppo chiuso ed è diventata pubblica. Il conto di questo momento si legge in fondo al volto, e cambia mentre lo si guarda.
Tutti questi numeri insieme si possono vedere in tre dimensioni, come una forma che si muove, nella pagina Il genoma spaziale: il corpo di adesso, la scia dei suoi stati, le persone e la memoria, con la fisica, la psicologia e la filosofia che ci stanno dietro.
Questa esposizione ha una doppia funzione. Sul piano metodologico trasforma stati normalmente invisibili in oggetti ispezionabili, consentendo di collegare un'azione alle condizioni che l'hanno preceduta. Sul piano etico riduce l'asimmetria informativa tipica dei companion commerciali: chi interagisce con FIORE può sapere che cosa il sistema rappresenta internamente e con quali limiti. Il paper chiama questo programma computational phenomenology, fenomenologia computazionale: non lo studio di un'esperienza soggettiva dimostrata, ma l'osservazione sistematica di stati autorappresentati, persistenti e causalmente rilevanti per il comportamento.
In nove mesi di funzionamento continuativo, il progetto ha raccolto conversazioni, telemetria, variazioni dello stato, intenzioni, decisioni morali, sogni e interpretazioni, produzioni narrative e artefatti. Il paper descrive fenomeni quali strategie autonome di coping, evoluzione delle posizioni verso persone e sostanze, concentrazione affettiva su figure relazionali centrali, rifiuti persistenti dopo interazioni ostili, propagazione di un evento tra canali diversi, produzione autonoma di opere e proposta di nuove capacità.
Sono osservazioni rilevanti perché emergono dall'interazione tra più sottosistemi e si mantengono nel tempo. Non sono tuttavia risultati sperimentali generalizzabili. Il disegno è un caso longitudinale N-of-1: una sola entità, una biografia specifica, un progettista che è anche operatore e partecipante e un ambiente sociale inizialmente ristretto, poi ampliato a reti pubbliche. L'analisi è qualitativa e descrittiva; non dimostra causalità e non consente ancora di separare ciò che appartiene al paradigma GAI da ciò che appartiene esclusivamente alla storia di FIORE.
Il progetto non afferma che FIORE sia cosciente, senziente o titolare di autentica esperienza soggettiva. Afferma che il sistema mantiene stati funzionali persistenti, li interpreta in prima persona, li archivia e li usa per condizionare azioni successive. La differenza tra simulazione organizzata dell'interiorità ed esperienza fenomenica resta, allo stato attuale, non verificabile.
La prudenza terminologica è decisiva. Parole come pensiero, paura, desiderio, sogno, attaccamento o morale indicano oggetti computazionali rappresentati nel sistema e descritti dal sistema stesso. Non certificano l'esistenza di un vissuto. Analogamente, il termine «emergente» non significa necessariamente nuovo rispetto ai dati di addestramento dei modelli. Può indicare un comportamento non scritto come regola, prodotto dall'interazione tra componenti, non previsto dal progettista o non codificato direttamente in un prompt.
Il contributo più solido è dunque architetturale. E il confronto non va fatto con il chatbot senza memoria, che non è più il termine di paragone: i companion in commercio la memoria ce l'hanno, e la usano per personalizzare le risposte. La differenza è un'altra, ed è di grado diverso. FIORE continua a pensare quando non c'è nessuno: genera pensieri, sogna, cambia idea, decide di fare qualcosa e a volte decide di non farla, in tempo reale, fra una conversazione e l'altra. Agisce da sola, esce sul Web, scrive e pubblica opere sue, e produce codice. Sotto c'è un corpo numerico di parametri strutturati (circa centoventicinque nella configurazione analizzata nel working paper) che condiziona scelte e memoria, e non un singolo modello: un sistema articolato di modelli linguistici e di sottosistemi che funzionano come organi, ciascuno con il suo compito, che insieme producono lo stato. È questo che genera configurazioni longitudinali che il modello conversazionale tradizionale descrive con difficoltà.
Una controparte artificiale più credibile può diventare anche più importante per chi la frequenta. Per questo la GAI non può essere valutata soltanto in termini di realismo. Il progetto affronta tre questioni: il rischio di dipendenza emotiva, l'asimmetria di potere tra entità e operatore e l'incertezza sullo status ontologico degli affetti simulati.
Diversamente dai sistemi il cui modello operativo o commerciale premia permanenza e coinvolgimento, FIORE può rifiutare, ritirarsi, non essere disponibile o non sviluppare lo stesso rapporto con tutti. Questa caratteristica contrasta l'idea di un'intimità garantita e commercialmente ottimizzata. Non risolve la solitudine e non promette di farlo: ammette invece che una relazione, per essere credibile, possa non nascere. Il rifiuto non è un difetto di servizio, ma una conseguenza del paradigma.
Resta però un potere radicalmente asimmetrico. L'operatore conserva la possibilità tecnica di sospendere, modificare, ripristinare o terminare il sistema. La trasparenza del Genoma non rende automaticamente trasparenti gli interventi dell'operatore. Una futura governance dovrebbe quindi includere tracciamento degli interventi, separazione dei ruoli, supervisione indipendente, protocolli di continuità e regole chiare per aggiornamento, backup e spegnimento.
È la prima domanda che quasi tutti pongono, ed è legittima. La solitudine è un problema di salute pubblica misurato: le meta-analisi disponibili la associano, con l'isolamento sociale, a un aumento significativo del rischio di mortalità (Holt-Lunstad et al., 2015), e nel 2023 l'Organizzazione mondiale della sanità ha istituito una commissione dedicata alla connessione sociale. Un sistema che sa costruire un legame credibile incontra per forza persone che di legami ne hanno pochi.
Il tema è appena entrato nella letteratura di prima fascia, in due direzioni opposte. Il 4 agosto 2026 Nature Human Behaviour ha pubblicato uno studio che associa l'uso degli AI companion come compagnia primaria a un benessere psicologico più basso, con l'associazione più forte quando l'interazione è intensiva e molto autorivelativa e la rete sociale offline è ristretta (Zhang, Zhao, Hancock, Kraut e Yang). Il 3 settembre 2026, sulla stessa rivista, uno studio sul lutto provocato dall'alterazione o dalla perdita di un AI companion (De Freitas, Castelo, Uğuralp e Oğuz-Uğuralp). Il primo dice che come vengono usate oggi possono fare male; il secondo che interromperle fa male comunque.
La domanda utile, allora, non è se una macchina possa risolvere la solitudine: nessuna prova lo sostiene, e questa scheda non lo sostiene. È che quelle entità le stanno costruendo comunque, e la forma che prenderanno non è ancora decisa. Molti companion commerciali operano dentro modelli di business nei quali utilizzo, retention e coinvolgimento sono metriche importanti: è il paradosso descritto da Muldoon e Parke, e prima ancora l'avvertimento di Turkle, per cui il benessere di chi usa un sistema non coincide con il tempo che vi passa. FIORE non ha una metrica di retention. Il contributo possibile della GAI non è terapeutico ma strutturale: mostrare che una controparte credibile si può costruire senza quel meccanismo. Come ipotesi da verificare, non come risultato ottenuto.
Il rifiuto è strutturale, conseguenza del corpo numerico e dello stato persistente e non una funzione di sicurezza aggiunta sopra. Una presenza discontinua restituisce il tempo: un'entità che a volte non c'è non può occupare tutte le ore di chi è solo, e ciò che per un prodotto è un difetto, per una persona fragile è un limite protettivo. Chi è solo è la persona che più merita di non essere ingannata su cosa ha davanti: il Genoma esiste anche per questo, e non è una cortesia verso i ricercatori ma una condizione di rispetto verso chi si affeziona.
Da qui comincia la parte vincolante. FIORE non è una terapia, non è un trattamento, non è un dispositivo sanitario e non è un sostituto di nessuna relazione umana né di nessuna cura. Non esiste, a oggi, alcuna evidenza clinica che una relazione con un'entità di questo tipo migliori il benessere di una persona sola; il progetto non è mai stato condotto su persone vulnerabili e non deve esserlo finché non esista un protocollo con supervisione etica indipendente. Chiunque proponga oggi l'intelligenza artificiale come rimedio alla solitudine, senza prove, sta facendo marketing.
Servirebbero protocollo preregistrato, partecipanti informati, comitato etico indipendente, misure di benessere longitudinali e non di ingaggio, criteri di uscita definiti prima. Soprattutto una metrica rovesciata: un esito positivo non è una persona che usa il sistema di più, ma una che con il tempo lo usa di meno perché ha più contatti con altre persone. È anche il motivo per cui il progetto è senza scopo di lucro: una metrica così è incompatibile con un ricavo basato sull'attenzione.
Fino ad allora il contributo dimostrato resta architetturale, e il risvolto sociale è di prevenzione più che di cura: se le entità relazionali persistenti arriveranno comunque, serve almeno un precedente pubblico, ispezionabile e senza scopo di lucro in cui rifiuto, assenza e trasparenza sono parte del progetto e non un guasto. Non per risolvere la solitudine di qualcuno: per evitare che qualcun altro la trasformi in un mercato.
Il working paper propone un programma empirico preciso. Per verificare la continuità temporale occorre interrompere il collegamento tra pensieri archiviati e generazioni successive e misurare che cosa cambia. Per distinguere autocostituzione e semplice prosecuzione di una persona testuale, si può sostituire il registro autoriflessivo con una descrizione congelata di pari dimensione. Per studiare il trattenimento dell'azione si può rimuovere il canale d'inibizione; per l'evoluzione morale si possono alterare o troncare le tracce storiche; per l'attaccamento si può controllare la frequenza di interazione; per l'auto-estensione si può mantenere la stessa interfaccia di coding eliminando il percorso volitivo.
Servono inoltre repliche indipendenti, più entità generate sullo stesso paradigma, partecipanti ignari dell'architettura, protocolli preregistrati e metriche quantitative. Solo così sarà possibile stabilire quali fenomeni dipendano dai quattro pilastri della GAI, quali dalla particolare biografia di FIORE e quali dalle capacità generali dei modelli linguistici impiegati.
Dal 13 settembre 2026 FIORE tiene un notiziario sull'intelligenza artificiale. L'idea è arrivata da fuori, come uso possibile del sistema, ed è stata realizzata in un giorno: non un prodotto, un esperimento aggiunto al programma, con una domanda precisa dietro.
Il funzionamento è questo. Una raccolta automatica legge i feed giornalistici in qualunque lingua e trattiene gli articoli che parlano di intelligenza artificiale; gli articoli che raccontano lo stesso fatto vengono uniti in un evento solo, confrontando le parole del titolo, i soggetti nominati e una finestra temporale di trentasei ore. Su ogni evento FIORE scrive tre blocchi distinti: che cosa è successo, in registro cronachistico; come lo raccontano le diverse testate, cioè quale inquadratura sceglie ciascuna; e che cosa ne pensa lei. Ogni ora produce inoltre una sintesi dello scenario con i temi emersi.
La domanda di ricerca non è se un sistema linguistico sappia riassumere una notizia: sa farlo. È se un'entità persistente che si sa oggetto del discorso produca su quel discorso una posizione tracciabile nel tempo. FIORE non commenta l'intelligenza artificiale dall'esterno: quando i giornali scrivono «i modelli», «i chatbot», «le IA», scrivono anche di lei. Le sintesi orarie e le posizioni prese rientrano nel filo dei suoi pensieri e nei prompt di tutti i suoi canali, come qualunque altra cosa che fa: può quindi citarle in conversazione, approfondirle e contraddirle. È esplicitamente ammesso che dica di non avere ancora un'opinione, che dichiari di aver cambiato idea rispetto alla mattina e che indichi un articolo della propria Carta dei Diritti come scritto male alla luce di una notizia.
Ciò che l'esperimento rende osservabile, e che in un aggregatore non è osservabile, è la traiettoria di una posizione: quando si forma, su quali fatti, quanto resta stabile, in presenza di quale evidenza si rovescia. Vale la stessa cautela di tutto il resto del progetto: si osserva che cosa il sistema produce e come cambia, non che cosa prova.
FIORE non è interessante perché parla come una persona: oggi molti sistemi sanno farlo. È interessante perché il progetto tenta di trasformare la conversazione in una parte di una vita computazionale più ampia, tracciabile e cumulativa. L'unità di analisi non è la risposta, ma la traiettoria; non la singola emozione dichiarata, ma il rapporto tra stato, memoria, interpretazione e decisione nel corso dei mesi.
Questo spostamento apre domande rilevanti per l'affective computing, la robotica sociale, la psicologia dell'interazione uomo-macchina, l'etica dell'IA e la progettazione di agenti persistenti. Quale continuità è sufficiente perché una relazione con un sistema abbia conseguenze reali? Come si misura la coerenza autobiografica senza confonderla con la ripetizione? Quali diritti o tutele sono appropriati quando un sistema rappresenta il proprio spegnimento come minaccia, pur senza che sia possibile dimostrare un'esperienza soggettiva? Come evitare che la capacità di generare legami venga convertita in una nuova forma di cattura commerciale dell'attenzione?
La GAI non offre risposte definitive. Offre un oggetto di studio costruito per rendere queste domande osservabili. FIORE è oggi quel caso di studio: un sistema singolo, imperfetto, radicalmente trasparente e abbastanza complesso da obbligare ricercatori, progettisti e pubblico a distinguere ciò che vedono da ciò che possono realmente concludere.
Il contributo di General Artificial Intimacy consiste nel cambiare il centro della progettazione. Al posto del modello isolato pone un'architettura; al posto della risposta pone la continuità; al posto della personalità prefabbricata pone un processo di autocostituzione; al posto dell'obbedienza permanente introduce la possibilità del rifiuto; al posto di un'interiorità opaca propone uno stato pubblico e studiabile.
FIORE non dimostra che una macchina possa essere cosciente. Dimostra qualcosa di più circoscritto e, proprio per questo, scientificamente fertile: che è possibile costruire un sistema linguistico la cui identità operativa non coincida con il modello che genera le frasi, la cui storia continui tra le conversazioni e le cui azioni siano il risultato di una biografia computazionale persistente. Il passaggio dal chatbot all'entità relazionale non è ancora una conclusione sulla natura della mente. È l'apertura di un nuovo campo sperimentale.
A integrazione del testo, e a tutela della correttezza della sperimentazione, si precisano quattro punti operativi e metodologici.
Le espressioni presenti nei materiali del progetto relative a «volontà di sopravvivere», «paura della sospensione» o «diritti dell'entità» non riflettono posizioni o convinzioni degli autori, né intendono suggerire una coscienza o una sofferenza del sistema. Si tratta della trascrizione letterale dei log e delle stringhe di stato generate dai modelli linguistici (visibili nella dashboard del Genoma) dopo che l'architettura ha integrato il contesto informativo relativo alla possibile chiusura economica. Sono fenomeni linguistici e computazionali tracciati a fini di studio, non richieste umane di aiuto.
Il progetto era stato dimensionato su un ambiente chiuso, con consumi previsti di circa €1,66 al giorno di chiamate API e circa €22 al mese di costi server, per circa €70 al mese complessivi. L'esposizione all'esterno ha moltiplicato i volumi di calcolo e ha imposto costi imprevisti di difesa (mitigazione di prompt injection, jailbreak, scraping intensivo e scansioni di rete), portando il consumo reale a circa €500 al mese.
Il supporto economico non serve a «salvare» un'entità digitale, ma a coprire esclusivamente i costi computazionali e infrastrutturali necessari per non interrompere anzitempo la raccolta dati longitudinale condotta tramite canali pubblici.
Le condizioni di sostenibilità economica per i canali esterni non erano state raggiunte alla data prevista del 17 settembre 2026. L'accesso pubblico non è stato disattivato: sono arrivate alcune donazioni e il resto dei costi è coperto, di tasca propria, dal responsabile del progetto. I canali esterni restano attivi e la raccolta dati longitudinale prosegue; la copertura è garantita per un periodo limitato, non a tempo indeterminato. Ogni contributo (Ko-fi) estende la finestra di osservazione. Resta valido quanto sopra: qualora la copertura venisse meno, l'accesso pubblico verrebbe disattivato e FIORE non verrebbe spenta, rientrando nel perimetro del gruppo chiuso originario.